RACCONTI & TRADIZIONI POPOLARI

   -Le conoscenze di oggi provengono da ciò che ci è stato tramandato nei secoli attraverso l'arte del racconto popolare. Si può apprendere molto dalle antiche storie che prima ancora di essere poste per scritto, erano tramandate oralmete attraverso le parole di cantastorie o di narratori erranti, personaggi singolari, che si spostavano di villaggio in villaggio, raccontando, in cambio di un posto per dormire e un po' di cibo, ciò che avevano visto, o udito nel loro peregrinare. In queste pagine si possono leggere storie popolari legate alla vita a contatto con lo Spirito della Terra, nella sua  natura fantastica, con le sue bizzarie dei suoi abitanti più straordinari.

Il volo del calabrone

           -Anche oggi una giornata calda. I notiziari insistono da settimane nel definire questa estate come la più calda degli ultimi vent’anni. Sinceramente, a me non sembra così esageratamente calda, ma oggi giorno pur di vendere giornali o fare ascolto, in mancanza di notizie veramente interessanti, si deve rendere straordinaria qualsiasi banalità. Sono fermo a questo antiquato passaggio a livello da venti minuti, il sole di mezzogiorno arroventa la lamiera della macchina al punto da non riuscire a toccarla senza rischiare di scottarsi. Non c’è più un albero lungo questa strada di periferia e soltanto una scarna siepe di alloro a confine di un giardinetto incolto qua e là aggredita dai rovi, costeggia l’asfalto. Il motore spento ed i finestrini del tutto abbassati, lasciano spazio ad una infinità di rumori indistinti, ma uno in particolare riesce ad emergere ora. E’ certamente il ronzare insistente di un calabrone, un’ape o qualcosa del genere, non riesco a capire da dove provenga di preciso, ma credo dalla siepe alla destra dell’auto. Eccolo, finalmente riesco ad individuare l’insetto, E’ un calabrone verde lucido di discrete dimensioni, che si affanna a volersi posare sullo stelo di un piccolo fiore intrappolato in mezzo ai rovi. Ogni volta che prova a posarsi chiudendo le ali, lo stelo del fiorellino cede sotto il suo peso e lui precipita verso il basso. Riprende quota rimanendo sul fiore, posizionandosi nuovamente in orizzontale con le ali che frullano a tutta forza assieme al fiorellino, che ritrova sollevandosi, il suo posto nella siepe. L’insetto si allontana, non lo vedo più, ma sento che il suo ronzare si affievolisce per via della distanza che aumenta. Guardo le sbarre a strisce rosse e bianche ancora ferme al loro posto, cercando di non pensare al sudore che sento scivolare lentamente in corti rivoli  lungo la parte bassa della schiena, non appoggiata al sedile di velluto, ma di colpo l’insetto dalla livrea luccicante ritorna ronzando vicino al finestrino. Mi giro ed ora so già dove guardare. Incredibilmente l’insetto punta lo stesso fiorellino sullo stesso stelo di prima e nuovamente, prova a posarsi. Come prima lo stelo cede: il fiorellino ed il calabrone testardo precipitano esattamente come prima e come prima l’insetto lascia l’impresa un attimo dopo, e riparte deciso ronzando allontanandosi veloce. Incuriosito non posso fare a meno di notare che il fiorellino bianco, simile ad un minuscolo grappolo d’uva candida, non è l’unico fiore, ce ne sono diversi altri nello stesso cespuglio, alcuni di altre specie e colore, ma veramente molti esattamente come lui. Al momento non sono certo di come funzionino certi meccanismi naturali, se non che ubbidiscono a precise leggi istintive, ma quel fiore deve avere qualcosa più degli altri per essere ritenuto così importante da quel calabrone, forse è il più odoroso per lui, il più adatto al suo scopo, o forse stavo osservando lo strenuo tentativo di impollinazione di un fiore da parte di Madre Natura attraverso l’utilizzo di un insetto babbeo. Il fischio del locomotore arriva a distrarmi. Lentamente un vecchio treno merci, con una infinità di vagoni porta container arranca lungo i binari passando davanti alle auto incolonnate al passaggio a livello. Seguo con lo sguardo i numerosi scatoloni color ruggine scorrere, e dopo l’ultimo, il mio sguardo scivola  oltre, sul muso di un grosso camion rosso, fermo al di la delle barriere. Con un senso di lieve vertigine dovuto all’improvviso cambiamento di velocità del punto focale, riprendo la posizione corretta per la guida issandomi sui gomiti e sistemandomi meglio sul sedile; metto la mano destra sulla chiave d’accensione  nel quadro pronto ad avviare il motore e spingo a fondo il pedale della frizione che scende giù con un cigolìo. Un minuto, due, tre. Niente. Rilascio il pedale e mi rimetto lentamente comodo sul sedile rassegnandomi all’attesa di un altro convoglio. Il caldo effettivamente comincia a darmi veramente fastidio, ho la polo appiccicata addosso e vorrei scendere dall’auto a fare due passi per sgranchirmi un po’ le gambe, ma il pensiero di stare sotto il sole in questo momento mi scoraggia, complice anche la totale assenza di vento. In giro non c’è nessuno a parte le persone nelle quattro o cinque auto ferme, nessuno nei campi dietro la siepe, nessuno lungo la strada, nessuno nemmeno nei piccoli cortili, o alle finestre delle poche case vicino alla ferrovia. In questo momento, il mondo qui intorno dà proprio l’impressione di essere disabitato. Mi torna in mente il calabrone di prima. Quanta determinazione nel voler raggiungere quel fiorellino evidentemente solo ai miei occhi uguale a mille altri. Cosa sarà stato a spingere quell’insetto verso quello e solo quello. Mi vien pensato a certe situazione della vita, certi episodi, in qualche modo identici a quanto ho visto poco fa. Non faccio questa strada abitualmente, ma oggi purtroppo, devo cercare di risolvere un paio di problemi piuttosto seri. Le cose non funzionano da un po’ di tempo, sembra che le strade che percorro alla fine portino sempre allo stesso punto. Eppure l’impegno e la fatica per cercare di realizzare i miei progetti mi è riconosciuta da tutti. Si tratta di cose veramente importanti per me, non sono mai stati castelli in aria, anzi, ho sempre rinunciato a rischiare più di tanto a favore di una vita assennata, fatta di scelte basate sulla responsabilità, sulla serietà e correttezza a tutti i costi. Eppure non funzionano. O meglio, funzionano di per sé, perché quello che faccio viene bene e non ho mai avuto particolari critiche o contestazioni, ma incredibilmente accade qualcosa per cui, subito il tutto si ferma, si impantana in mille problemi diversi, tutti irrimediabilmente indipendenti da me e soprattutto impossibili da prevedere e quindi da evitare. Casi? Combinazioni? Sfortuna? Potrebbe essere, se non fosse che la mia vita ad oggi è stata sempre così, anche nelle piccole cose di tutti i giorni. Per la legge delle probabilità dovrei almeno poter contare sul cinquanta e cinquanta. Invece potrei scrivere centinaia di pagine descrivendo episodi simili. Quando mi metto a fare qualcosa, qualunque cosa, anche soltanto portare l’auto al lavaggio automatico, accadono episodi per cui tutti finiscono per dirmi la stessa cosa: “strano, non era mai successo prima!” Ecco il calabrone che torna ronzando, stavolta solo nella mia mente. Guardiamola così: io sono il calabrone verde dorato, e la mia vita il fiorellino a forma di piccola pigna bianca. Ogni volta che mi avvicino per posarmi, lui cede e si sottrae all’atterraggio. Ma questo è solo l’inizio, io torno alla carica con le sa stessa modalità di atterraggio, con lo stesso approccio, velocità e direzione,  lui che fa? Si sottrae nuovamente spostandosi sotto il mio peso. Il calabrone ha smesso di provare dopo il secondo tentativo, dimostrando una certa capacità di apprendimento, io invece continuo ad approcciare l’atterraggio sulla vita con lo stesso identico inutile angolo da sempre. Ora ragioniamo su chi è il babbeo. Il bel calabrone verde lucido presumo abbia una capacità di riflessione probabilmente vicina allo zero, ma ha certamente dalla sua una componente istintiva semplice, ma pura ed incontaminata. Essa gli consente di eliminare automaticamente i comportamenti controproducenti per se stesso o per la sua specie, anche quando apparentemente sembrano possibili o validi. La natura, attraverso l’istinto ha dotato l’insettone verde di un autopilota di eccezionale precisione, un navigatore naturale che indica senza errore indirizzo e modo di arrivo all’obiettivo finale, di qualunque tipo sia. Dovendo pensare a me come uomo ed all’uomo come all’essere conosciuto più evoluto su questo pianeta, mi verrebbe da dire che questo istinto, almeno in origine dovesse appartenermi come minimo in percentuale simile a quella del calabrone. Ora. Dove ho persa questa sensibilità che difende il calabrone dal ripetere inutili sbagli? Quando ho esaurito le batterie del mio navigatore naturale? E’ possibile che non ricordi più nulla? La risposta probabilmente andrebbe vista sotto innumerevoli punti di vista, ma quello che mi pare più evidente è che in definitiva ciò che non usiamo alla fine si atrofizza. Un po’ come un muscolo dopo essere stato inutilizzato per tanto tempo. Il corpo umano, di cui fa parte ovviamente anche il cervello, funziona alla stessa maniera per tutti i suoi organi, con annessi e connessi. Quando si rende conto che una funzione rimane inutilizzata per un po’, automaticamente e diligentemente, assegna nuovamente le risorse destinate alla parte in disuso ad altre utilizzate appieno. Non giudica, non sceglie, semplicemente esegue. Se noi decidiamo di non utilizzare la nostra parte istintiva, questa si atrofizza al pari di un muscolo o di una ghiandola qualsiasi e lentamente sparisce. Gli insegnamenti  a cui siamo continuamente sottoposti fin da quando veniamo alla luce in questo mondo, parlano di ragionamento, di logica, di riflessione, di buon comportamento, di religione e di leggi, ma non mi ricordo niente riguardo l’istinto. Non esiste una scuola di istinto. Nel grande fermentare dei nostri pensieri quindi, la componente istintiva si rarefà lentamente, si estingue fino a non sentirsi più: un po’ come accade per la voce nella folla, si riesce a sentire solo quella che grida più forte, tutte le altre passano sotto, confuse, inascoltate. Ho indirizzato sempre il mio cammino su strade che convenientemente si adattassero a quello che ho imparato negli anni, cioè verso quello che il mondo dipingeva come adatto e sicuro. Il mondo, inteso come società, come modo comune di intendere l’esistenza di un uomo. Ma ora mi rendo conto che questo non ha niente a che fare con l’istinto di vivere. Sono certo che tutti hanno provato almeno una volta la sensazione di fare cose inutili, anche quando queste sembravano adatte e giuste per quel momento. In fondo al cuore una vocina lontana gridava insistentemente “Perché lo fai se non ti va?” Eppure i giornali sono pieni ogni giorno di persone che si buttano via con atti che ben poco hanno a che vedere con la vita, azioni che mettono a nudo una triste verità. Ben pochi al giorno d’oggi riescono a dare il giusto valore alla vita. Il calabrone verde lucente, non avrà a disposizione molto tempo. Ignoro quanto a lungo possa vivere uno di quegli strani insetti, ma certamente il suo istinto gli permette di conoscere quello che gli serve per vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. La primavera è solo una parte dell’anno per un uomo, ma rappresenta tutta una vita per altri esseri. Se riuscissi a vivere per un giorno con l’stinto del calabrone, quali sarebbero le mie priorità? L’essenza della vita risiederebbe nel portare a termine il ciclo che la natura mi ha  assegnato con precisione e determinazione perché da esso dipende il futuro, inteso come perpetuarsi della specie. Avrei una serie di opzioni su cui fare affidamento in caso di variazioni di programma, tipo uno stelo troppo debole per sostenere il mio peso, ma in definitiva la mia guida istintiva darebbe l’indicazione per la migliore strada da seguire, per poter ottenere comunque il risultato di una vita.  Ho vissuto personalmente fatti che non si spiegano, esattamente come non si spiega l’atteggiamento di quell’insetto color smeraldo. La vita ci propone ogni giorno centinaia, se non migliaia di occasioni per cambiare strada. Il cambiarla o meno dipende solo da noi. Cambiare come? Mah…Per me, intelligente babbeo, sarà bene provare a ritrovare l’istinto del calabrone.

da "Primi pensieri" Alesandro A. Pardini 2009 ed. Frenico

NOTA: L'insetto a cui si fa riferimento nel testo e nelle foto è la "Cetonia Aurata" .

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