-Strani disegni generati dai contrasti di colore della crema di caffè, danno vita a immaginari animaletti confinati nella circonferenza della tazzina fumante sotto il mio naso. Non ho molta voglia di bere, ma sentivo proprio il bisogno di sedermi al tavolo di un bar qualsiasi. Avevo voglia di sentire il profumo esagerato di dopobarba  degli impiegati di banca, che a quest’ora fanno la pausa di mezza mattina e si scambiano commenti caustici sull’abito troppo attillato della nuova collega, piuttosto che sul prossimo periodo di ferie programmate all’estero, da esibire ad ogni occasione come un trofeo.  Mi serve un attimo di umana banalità, uno scorcio di inutili echi dal mondo degli altri. Frammenti di progetti sempre troppo grandi, schegge di ansie e di speranze, trascinate da una parte a l’altra del bancone come lo straccio dell’unico testimone distratto: l’oste, dal sorriso porcellanato come il gres scolorito delle vecchie piastrelle azzurre del pavimento. Brandelli di speranze arrossite e rubate al telefonino, tra lei e lui che non dovrebbero parlarsi ora, e che non dovrebbero neppure essere lì, dove rispettivamente si trovano adesso. Ritagli di vita, sfere esistenziali lanciate ognuna per suo conto nella propria orbita, come elettroni di uno stesso immenso atomo; cariche positive e negative che si ricorrono, solo apparentemente a caso, si urtano e rimbalzano lontano, destinate a ritrovarsi inesorabilmente domani, e poi ancora dopodomani, in questo anonimo perpetuarsi di abitudini. Brusìo pluritonale che riesco ad immaginare come pulviscolo sospeso nell’aria, come impalpabile trama uniforme, solo a tratti strappata da isolate risate sguaiate e colpi di tosse. Mi serve sapere che tutto questo è ancora qui intorno, che posso sentirlo come sempre, anche oggi, anche ora. Il gusto del caffè non è mai uguale, e questo mi consola; rende giustizia al mio senso critico che si sforza di restare indifferente ai colori sbiaditi delle tovagliette dei tavoli, ai suoni invadenti e ripetitivi dei videopoker, al commentatore del telegiornale del mattino incorniciato nello schermo lcd appoggiato in alto, sopra la vetrina un po’ appannata delle torte gelato, che sembra quasi sforzarsi inutilmente di farsi sentire da qualcuno. Mi insinuo con lo sguardo in mezzo alla gente in coda alla cassa, tra cartellette colorate tenute sottobraccio e la spigolosa valigetta ventiquattrore  stretta tra le ginocchia del primo della fila, che cerca nell’insofferenza dei vicini, gli spicci dispettosi incollati in fondo al portamonete. Riesco a percepire il lieve turbamento che traspare dal rossore delle guance, seguito dal continuo abbassare lo sguardo sul solito croissant  fin troppo noto per suscitare così tanta attenzione, della giovane ragazza bionda, seduta al tavolo in fondo alla sala mentre si lascia guardare le gambe accavallate ad arte dai due giovani impeccabili ufficiali di marina, che navigano a vista nel corto mare delle pieghe di stoffe galeotte. Mi conforta sentire in sottofondo il rumore del traffico sulla strada che filtra dalla piccola finestra socchiusa, che sta lì a dire che tutto ancora scorre come sempre anche qua fuori. Mi piace pensare che oggi il mio posto sia qui, assieme al resto dell’universo: anonimo, mischiato nei profumi e nei rumori di questo gigantesco carillon, intriso di umori e colori usi e ripetitivi, ed ogni volta, straordinariamente unici. Questo è il mondo che conosco, e oggi non ho di meglio da vivere.

      Mi serve sapere che domani, se vorrò, potrò trovarlo ancora qui.

 

da "Primi pensieri" Alesandro A. Pardini 2011 ed. Frenico

 

Caffé

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