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Il mondo in una bolla

  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Potremmo descrivere così, molto sommariamente la condizione che l’essere umano vive durante il suo percorso terreno. La realtà cosiddetta “oggettiva”, infatti, non può esistere in altro luogo se non all’interno della consapevolezza di ognuno. Quello che vediamo e udiamo, tocchiamo, eccetera, viene tradotto dal singolo sistema che ogni essere sviluppa nel corso della sua esistenza secondo il suo personale linguaggio per ognuno diverso, quindi soggettivo. Ne risulta che qualunque informazione percepita con i sensi fisici è tradotta in modo diverso da ciascun essere umano, e sempre in virtù di questo meccanismo, mentre ad esempio si comunica un concetto a qualcun altro, avverrà una comprensione oltre i simboli e le convenzioni (quindi se si parla di qualcosa di noto e condivisibile) decisamente diversa, poiché tradotta con un bagaglio di informazioni unico e differente. Allora, ecco che una realtà definita “oggettiva” si può considerare sempre soggettiva, ovvero l’unica possibile per ciascuno. Qui occorre anche precisare cosa s’ intende per “comprensione” e “percezione”. La comprensione riguarda ciò che la mente riesce a decifrare e riconoscere dando un senso razionale ed emotivo, al quadro generale. La percezione è oltre la razionalità, quel rarefatto messaggio che traspare dietro il rumore generato dalle attività di pensiero meccanico, ma che risuona come familiare. Da questo punto di osservazione si capisce come si possa definire la realtà che vediamo intorno a noi come una “bolla” fatta di immagini e di azioni-reazioni del tutto personali. Si rivela che in questa bolla che ci contiene, esiste sempre e solo la realtà soggettiva di ciascuno, fatta di persone, situazioni e condizioni dipinte esattamente come vogliamo, pensiamo, crediamo che siano, e questo non è percepito come una proiezione del nostro funzionamento meccanico interiore, ma sostituisce in toto la realtà che ci circonda come se fosse l’unica esistente. Un esempio: se un soggetto nasce completamente daltonico, quindi non riconosce i colori, ma vede solo infinite sfumature di grigio, quando gli verrà mostrata una rosa dicendogli che è di colore rosso, il soggetto abbinerà a quel nome la sfumatura di grigio che vede chiamandola da quel momento, “rosso”. Per il soggetto, quel tono di grigio sarà sicuramente e senza possibilità di errore, rosso. Senza analisi cliniche specifiche non si potrà capire se il soggetto sia o meno daltonico, perché gli altri non capiranno che quando gli viene mostrata una rosa rossa dirà certamente che è rossa, anche se il colore che vede è un altro. Non lo sa lui, e non lo sanno gli altri, ma le rispettive osservazioni, nella realtà condivisa, sono di fatto molto diverse, in quanto tradotte automaticamente dallo stesso sistema però in “lingue” diverse.

A.A.P.

 
 
 

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Serena
5 giorni fa
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Buongiorno Alessandro,


da questo post emerge una riflessione molto importante sulla nostra impossibilità di comunicare "Veramente" utilizzando esclusivamente il linguaggio.


Esso è comodo e funzionale per muoverci nella vita quotidiana, pratica, ma non è più in grado si assolvere al proprio compito quando abbiamo la necessità di esprimere concetti che con le questioni materiali hanno poco a che fare.


La nostra volontà di aprire noi stessi all'altro riuscendo a farci percepire per ciò che siano nella nostra profondità, ad esempio, deve necessariamente passare attraverso un tipo di comunicazione che non si basa sulle parole, sui concetti e sulla razionalità, in quanto troverebbe sempre attivi i filtri delle nostre menti.


È quindi necessario riscoprire un'alternativa espressiva differente da quella canonica e…


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