L'istinto benefico della Preghiera
- Alessandro Arnaldo Pardini

- 12 gen
- Tempo di lettura: 2 min

Non ho ancora conosciuto nessuno che, in particolari momenti, non abbia in qualche modo “pregato”. Lasciamo da parte la religione e tutto il resto. Pensiamo solo alla preghiera come semplice forma di dialogo che, di fatto, tutti in qualche modo compiono: che cosa osserviamo? Ci rivolgiamo a ciò che sentiamo esistere al di là di ogni dubbio, di ogni ostacolo, non importa che nome o immagine abbia. La potenza della leva che induce a tale particolare colloquio può variare anche di molto, ma alla fine, quella parola non detta, che sia parte di una liturgia, o semplice invocazione letterale, sgorga senza più nessun freno. In questo mondo viviamo necessariamente nella dualità, perché la mente umana ha bisogno di riconoscere qualcosa in cui riflettere la propria esistenza, e questo è inevitabile. Allora quando cerchiamo un dio in cielo o in altri posti, oppure lo identifichiamo in un simbolo, un’immagine, adottiamo l’unico mezzo possibile per poter dialogare: rivolgersi a qualcuno “là fuori”. Cercare “fuori”, non è un errore, è un mezzo istintivo, iniziale e necessario. Nel caso della preghiera serve a direzionare il flusso delle emozioni profonde verso un’intenzione. L’intenzione, è comunque già "azione", e questo particolare inevitabile fa la differenza. La “fervente” preghiera è un misto di emotività e intenzione pura in percentuali variabili. L’emotività è il vettore, e l’intenzione pura il nucleo vibrante, attivo, ovvero ciò che influenza le possibilità nell’energia di cui è composta ogni cosa, compresa la materia fisica (così ci dicono oggi anche le teorie quantistiche) ed è proprio la parte emotiva, che rende così elevato il fervore, il fuoco che funziona da propellente all’intenzione. Ecco che pregare infine appare spontaneo come un istinto, e va sempre bene in qualsiasi forma. È estremamente utile, un dialogo con la parte più segreta e ben nascosta che tutti invariabilmente conservano. Comunque, come minimo un benefico sfogo. Non solo la preghiera è funzionalmente normale, ma anche fosse solo inconsciamente, rappresenta un ottimo metodo che avvicina pian piano ad una futura comprensione dell’unità, alla riunione progressiva con un concetto non più dualistico di accoglimento e appartenenza. Non a qualcosa o a qualcuno, ma a sé stessi come parte di tutto, alla possibilità incomprensibile per cui talvolta tutto questo fa sì che le preghiere si esaudiscono, il che equivale a dire, appartenere e accogliere il mistero della creazione che genera e muove ogni cosa, ovviamente noi compresi: “Dio”, o come meglio preferite chiamarlo.
A.A.P.







































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